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Cartolina spedita da Il Cairo a Youssef Nabil il 31 marzo 2009
« Caro Youssef, so che non ci conosciamo, ma abbiamo alcuni sentimenti comuni che ci avvicinano. Quando cammino per le vie della sua città natale, che i turisti attraversano senza mai guardare davvero, sempre in corsa tra il museo e le piramidi, la dimensione romanzesca dell’Egitto moderno mi sembra estremamente toccante e commovente; quella delle prime khedive, del canale di Suez, di Fouad e di Farouk, dei patrioti e degli ufficiali liberi, di Nasser e di Oum Kalsoum riuniti in una prodigiosa sinfonia visiva che il cinema egiziano ha saputo rendere così bene, sin dalla nascita. In occidente, grazie a un pugno di cinefili avventurieri, tra i quali c’ero anch’io, a questo cinema è stato riconosciuto oggi il giusto valore e nomi come Marie Queenie, Asmahan, Leila Mourad, Farid el Atrash o Mohammed Abdel Wahab hanno finalmente raggiunto l’olimpo della settima arte universale. Lei era ancora un ragazzo quando questi iniziavano a svanire dagli schermi, ma la televisione, questo lucernario onnipresente e fragile aperto sul passato, le ha permesso di conoscerli e di farsi cullare dai loro canti, le danze e i sentimenti amorosi nel loro universo innocente e incantatore. Come lei li ho amati e conosciuti nel momento in cui rischiavano di essere dimenticati e sono enormemente felice di constatare che lei oggi li guarda con i miei stessi occhi, trionfanti sulla morte e muniti di eredi che seguono le loro orme. Ha fotografato Faten Hamama, stella tutelare del cinema, e il presente non può che avere la meglio sulla nostalgia; io ho chiesto a Van Leo, che lei avrà senz’altro conosciuto, di fotografare Dalida mentre girava con Youssef Chahine ed è un’immagine che non si cancella: così, sia io che lei, abbiamo seminato riferimenti che derivano da un medesimo amore e che saranno forse utili ad arricchire la memoria dei bambini del futuro. Il passato non muore mai, quando si è coscienti della prossimità della morte imprevedibile; allora nel riprodurlo gli si dà tutta la luce e il colore della nostra voglia di vivere. Così non somiglia più a come è stato realmente, ma ci si scivola dentro, proprio come fa lei, magari salendo delle scale, o incamminandosi verso il mare, o risvegliandosi dai propri sogni. Il passato rimane, continua a esistere; si muove al ritmo dei nostri slanci e di quel percorso tanto oscuro e pieno di passione che è la nostra vita quotidiana. Ammiro e amo profondamente il suo lavoro e so bene che non si rivolge unicamente a me. Senz’altro, qua e là nel mondo, ci si riconoscono molte altre persone che non ho mai incontrato. Lei rappresenta l’amico dei miei ricordi e dei miei sogni, che mi portano verso un mondo che segretamente mi appartiene e nel quale non mi sento più solo perché ora posso trovarci lei. » Cartolina scritta di fronte al palazzo Abdine dove Natacha Atlas ha appena finito di cantare per la regina Farida e per le sorelle di Farouk; sequenza illuminata da Togo Mizrahi e diretta da Salah Abouseif. O forse invece era Tahia Carioca, in fuga dall’Hotel Sheperd’s dopo avervi depositato un mucchio di volantini invocanti la rivoluzione contro gli inglesi (un film de Henri Barakhat) o forse ancora era Samia Gamal, che danzava sui gradini della pagoda di Heliopolis (intravista da Yousry Nasrallah)…
Frédéric Mitterrand
Direttore dell’Accademia di Francia a Roma Roma, marzo 2009 |